La storia di Carezza


Tutti ne abbiamo data o ricevuta una, ma chi si è mai chiesto chi ha dato la prima carezza?

Un gesto così apparentemente tenero, eppure, se affidato alle mani della natura, così forte e fondamentale.

Questa che vi sto per raccontare è la storia di Carezza, la bambina che diede il nome al gesto d’amore più conosciuto nella storia.

In un’era dove ancora non esistevano confini nel mondo, quando l’unica differenza visibile agli occhi era la luce del giorno e l’oscurità della notte, nacque una bambina dagli occhi azzurri, gli zigomi tondi, le labbra piccole e un sorriso sempre accennato, tanto da lasciar la bocca aperta quel che basta a sembrare una finestra socchiusa in primavera.

Quella bambina dall’aspetto così dolce e carino era speciale, poiché non imparò mai a parlare.

Non ci riusciva. C’era qualcosa in lei che le bloccava le parole, trasformandole in buffi versi incomprensibili.

Carezza non era triste per ciò che non riusciva a fare, non poteva esserlo perché era sempre troppo impegnata a navigare con gli occhi il mondo che la circondava, sfregandosi di continuo i polpastrelli delle mani durante le sue lunghe passeggiate vicino al mare. Non sapeva tenere le mani ferme e grazie ad esse imparò a compensare le parole che non riusciva a dire.

Capì che le parole sono quello che ciascuno di noi crede sia la traduzione giusta di ciò che pensiamo.

Questo illuminante pensiero le diede l’impulso di cercare un modo tutto suo di parlare, un modo che fosse altrettanto gratificante e chiaro per chi l’avesse ascoltata.

Carezza passava le sue giornate da bambina quasi sempre in riva al mare, tra taglienti scogliere e spiagge di sabbia finissima. Adorava infilare le dita nella sabbia mentre era seduta con la testa poggiata sulla ginocchia. Fu proprio questo gesto a farle capire la lingua a lei destinata: la lingua di Carezza.

Quel che all’inizio era solo un gesto di rilassamento e piacere, divenne una vera e propria rivelazione. Un giorno, seduta sulla sabbia, cominciò a respirare tenendo le dita fuori dalla sabbia, ed espirare immergendole.

Ripeteva questo movimento più e più volte fino a quando si accorse di sentire nei polpastrelli delle mani il suo stesso respiro.

Quella bambina intuii quindi che le parole più belle sono quelle che descrivono le emozioni e lei aveva imparato a conoscere le sue sentendo il respiro con i polpastrelli delle mani. Se era agitata allora immergeva le mani velocemente e con troppa energia, al contrario, se era calma e tiepida le lasciava scorrere lentamente fino a che un brivido nasceva da quel fumoso movimento.

Carezza dopo qualche giorno dove l’unica cosa che le importava sembrava essere andare in spiaggia, si alzò dal letto, andò in cucina e si posò di fronte a sua mamma. La fissava mentre pensava a un modo per comunicargli quello che aveva scoperto, la bellezza del respiro. Nulla, non le veniva in mente nulla se non una piccola e pazza idea: salì allora su una sedia e quand’era faccia a faccia con sua mamma le infilò le mani nei capelli, chiuse gli occhi e immagino che al posto di quei capelli ci fosse la sabbia. Così le dita scorrevano lente lungo i capelli, così il respiro le accompagnava nel movimento. Carezza era sempre attenta che le dita non corressero troppo ed il respiro rispecchiasse le sue emozioni in quel momento. La mamma chiuse gli occhi addolcita da quel gesto e tutte e due si ritrovarono ad essere un’unica cosa,

indissolubile.

La luce del pomeriggio si faceva strada dai vetri della cucina e quella scena non voleva saperne dal cessare, era così gioioso scoprire di poter parlare senza le parole, che i movimenti erano persino più lunghi di qualsiasi discorso pronunciato fino a quel momento in famiglia. Dopo il giusto tempo però quel gesto giunse alla sua conclusione, così che entrambe riaprirono gli occhi e si congedarono con un sorriso.

Carezza sapeva parlare con le mani.

Da quel giorno era dolcemente tormentata dall’unione dell’idea di respiro e movimento. Cominciò a comprendere da dove nascessero le onde e i venti, ascoltando quella che era la lingua che aveva scoperto, fatta di contatto e sensibilità. Capì che la terra non era solo la sua casa, ma anche la sua vera mamma, in quanto respirava come lei e come tutte le mamme fanno, l’aveva invitata con amore a dire la sua prima parola.

Fino alla nascita di Carezza, l’uomo non aveva mai pensato che si potesse parlare senza conoscere il suono delle lettere. Con lei l’uomo scoprì la potenza del contatto, quello lento e leggero, che emana innocenza a chi fa da spettatore, ma in realtà, col passare del tempo, può levigare le rocce, mutare la costa spiaggiosa e consumare ogni cosa, dandole sempre nuova vita e nuova forma.

Carezza passò tutta la sua vita a “parlare” con chiunque gli capitasse davanti, attraverso i suoi polpastrelli, stregando tutti, ogni volta, con dolcezza e sorpresa.

La sua lingua, imparata da madre natura, era diventata di uso comune e quel gesto prese il suo nome.

La storia è andata avanti e di Carezza rimane solo il suo gesto, che oggi è usato proprio come all’epoca, per parlare senza usare le parole, per comprendersi sentendosi allo stesso tempo parte della stessa cosa, come le insegnò la mamma.

Ogni volta che guarderete un vaso di terracotta prender forma, una spiaggia consumarsi, uno scoglio che si liscia col tempo, sappiate che in quel movimento Carezza continua a vivere, come tutte le cose su questa terra. La natura ha insegnato a Carezza come non sono le parole a poter cambiare il mondo, ma i gesti, quelli che nessuno racconta, quelli che sembra esistano da sempre e per queste siano scontati, non interessanti.

Le parole sono ciò che pensiamo sia la traduzione esatta dei nostri pensieri, le carezze invece sono le emozioni trasformate in movimento.

Carezza rivive ogni volta che ci ricordiamo di avere un respiro che ci tiene vivi ed il respiro della terra che ci tiene in vita.

Questa è la storia di Carezza. Che vi sia sempre in mente ogni volta che sentite che le parole non bastano o non servono.

Che ne dici?