Una foto serve per ricordare, non per farsi vedere


Mentre passeggiavo in spiaggia, come faccio ogni giorno da due mesi, vedo sul bagnasciuga una cosa enorme. Sembrava un intero albero abbattuto e gettato in mare. Mi avvicino per appurare ciò che avevo immaginato e scopro, sbigottito, che invece si trattava della carcassa di un cetaceo.

Si, uno di quegli eventi che sono soliti riempire i servizi al telegiornale, si era palesato di fronte ai miei occhi. Incredibile e tetro come spettacolo, decido di fare una diretta per Novabbe.com, per raccontare ciò che stavo vedendo e condividere le emozioni nascenti con chi, in quel momento, stava seguendo la diretta.

Tutto normale fin qui. Le emozioni e i pensieri che provavo erano strettamente associati a quel che vedevo. Povero ed ignaro di quel che sarebbe successo qualche minuto dopo, scorgo da lontano arrivare una famiglia intera: papà, mamma e due figli. Mi affretto per finire la diretta e lasciare che anche loro si godano il triste spettacolo. Una volta arrivati comincia una serie di eventi che mi hanno ispirato quanto sto scrivendo.

I bambini, curiosi e impavidi di natura, provano a toccare l’animale più volte, ripresi costantemente dalla mamma che gli invita a “non toccare”, come se quell’essere fosse un alieno pieno di virus riluttanti invece d’esser un cetaceo stecchito. Qualche secondo per far sfogare la curiosità e poi subito, come fosse un rito simile a quello di lavarsi le mani prima di sedersi a tavola, parte il momento foto. Ed è proprio in quel momento che ho colto l’attimo e immortalato la scena. La mamma con figlia in braccio posa accanto al cadavere del cetaceo ed il papà, con figliolo al proprio fianco, impugnando il suo smartphone scatta l’immancabile foto.

Finita la foto, tutti a casa, subito.

A veder la scena ci si sente da subito in diritto a criticare quella dolce famiglia, chiedendosi dove sia il gusto di una foto così, accanto ad una carcassa. E da subito quella che è una critica, come un seme, nasce e cresce dando i propri frutti che sputano sulla solita “gente” da criticare, come se chi giudica non fosse parte di quella “gente”.

Ho voluto andare oltre alla critica, respirare prima di formulare un pensiero e questa è la mia conclusione:

Non c’è nulla di sbagliato a fare una foto accanto ad una carcassa di un cetaceo

L’orrore del momento sta nel fatto che oltre alla foto, non c’è stato nulla. Nessun approfondimento, una parola, un momento di raccoglimento o qualcosa di simile. Ecco che allora parte il momento diabolico, quello in cui ci si precipita a immortalarsi in una situazione,

ebbri di protagonismo ed egocentrismo ceco

senza vivere il momento accendendo quelli che sono i percettori della nostra sensibilità, smuovendo un po della materia grigia che stazione nella testa nel tentativo di ricordare quel momento in un futuro, anche ad occhi chiusi fosse necessario.

Come ho detto prima non c’è nulla di male a farsi una foto, purché sia accessoria al momento che state vivendo, non solo protagonista e strumento di vanto. La vera tristezza è questa, non il fatto che ormai ci facciamo selfie praticamente ovunque. La povertà d’animo si manifesta proprio in questo, scattare una foto che testimoni la propria presenza ed andar via, senza indagare oltre.

Ci si precipita per poter raccontare ai social, su whatsapp o altro, il fatto di esser stati lì, affinché qualcuno contrario al pensiero “cazzo me ne frega” commenti con stupore la vostra prodezza.

Ecco quindi come nasce un mondo fatto di sola apparenza, da attimi rubati a momenti che nemmeno si vivono fino a fondo. Se l’uomo non avesse raccontato con la fotografia la propria vita, avremmo una carenza di conoscenza della nostra storia moderna davvero enorme. Le foto vanno ringraziate e prese sul serio.

Questa famiglia fra qualche anno quando ricorderà questo momento cosa penserà nello specifico? Cosa possono farti ricordare una manciata di minuti ed una foto obbligata? Nulla.

Bisogna vivere la vita e solo alla fine, o in un arco di tempo utile, fargli una fotografia.

La vera tristezza non è farsi una foto, ma non stamparla.

Il fatto di riempire i vari dispositivi di foto è anche cosa buona dai, purché si conceda alla foto il suo stato naturale, ovvero la si stampi e la si conservi come fosse un oggetto prezioso. I nostri ricordi hanno il valore che gli diamo, ecco perché spesso non influenzano la vita odierna: sono prigionieri di una memoria virtuale in attesa che un nuovo telefono, una formattazione o un clic sbagliato li cancelli per sempre.

E qui che si manifesta il “non senso” della foto. Quando si realizza uno scatto solo per farsi vedere e non per ricordare quel momento.

La fotografia è diventata il seme delle illusioni, quando poi dovrebbe essere il frutto dei ricordi.

Quindi, dopo aver assistito a tutto questo, che poi è solo una parte di ciò che ho visto, sono sereno a pensare che non criticherò chi si ammala di foto o selfie, ma chi lo fa unicamente per farsi vedere e non per mantenere un ricordo.

Dopo questa famiglia è arrivato un signore del luogo con annessa fidanzata ed il tempo di attraversare la spiaggia, salire sul cetaceo e farsi una foto, sono andati già via. Nemmeno il tempo di sentire quell’odore acre di decomposizione. Io non perdo le speranze, in fondo confido che quell’odore non arrivava dal povero cetaceo, ma da suo cervello.

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